X

Le tribolazioni della Nazione Ebraica Fiorentina: il funerale giudeo nel XVIII secolo

La consistente Nazione Ebraica Fiorentina ebbe a patire diverse tribolazioni, verso la metà del Settecento, a causa delle restrizioni imposte per motivi suntuari alle cerimonie funerarie: gli ebrei di Firenze, infatti, per motivi sia pratici che di zelo religioso si trovarono ad affrontare numerosi problemi e a presentare di conseguenza altrettante suppliche per ottenere l’esenzione dalle prescrizioni normative, nel trasporto che doveva avvenire sino all’allora Cimitero Ebraico, quello “lungo le mura” (oggi ne rimane soltanto la piccola porzione in Viale Ariosto).

Tutto ha inizio nel novembre del 1748, quando Vital Finzi, Samuel Bolaffi e Manuel Gallico, tre esponenti della comunità ebraica fiorentina, inoltrano una supplica alla “Sacra Cesarea Maestà” per ottenere una speciale dispensa dal “Bando sopra i Funerali”. Con tale provvedimento il Principe di Craòn, reggente per conto del Granduca di Toscana ed Imperatore d’Austria Francesco di Lorena, ordinava dall’una ora in là di notte, allo scopo di evitare le ostentazioni di lusso che i fiorentini manifestavano nel corso delle esequie, sfoggio che lo disgustava personalmente.

La caratteristica sobrietà delle sepolture ebraiche dal Vecchio Cimitero fiorentino di Viale Ariosto

L’ora una di notte a Firenze significava un’ora dopo il tramonto. Le esequie dovevano quindi avvenire di notte, in modo che i fiorentini non potessero fare pompa delle loro ricchezze prendendo i funerali dei loro cari come pretesto. Gli ebrei fiorentini non potevano però accettare tali condizioni, e nella loro supplica elencano i motivi delle loro rimostranze.

La principale motivazione addotta riguarda i particolari divieti imposti dalla Legge mosaica: i rappresentanti fanno notare che, essendo vietato seppellire un ebreo il venerdì notte (in quanto già entrati nello shabbàt, in cui tale funzione è preclusa), “dandosi il caso di un ebreo morto il venerdì mattina, non potrebbero seppellirlo che il sabt notte, cosa che specialmente d’estate potrebbe causare sconcerto gravissimo”. Importante ricordare al proposito le già precarie condizioni igieniche disponibili nel ghetto, in cui quasi tutte le famiglie vivevano ammassate senza alcuno spazio da adibire a camere ardente.

Altra motivazione addotta riguarda l’onere in termini di fatica e spesa imposto dal bando: considerata l’ubicazione del cimitero lungo le mura fra porta Romana e Porta San Frediano, il corteo funebre sarebeb stato costretto, nottetempo, ad uscire dalla prima (all’epoca chiamata Porta a San Pier Gattolini) che si trovava a più di un kilometro di distanza dal ghetto, e a rientrare dalla seconda dopo un lungo e faticoso percorso che avrebeb comportato una ingente spesa per lumi e gabella di uscita e rientro a favore di tutti gli accompagnatori del funerale.

Infine, la supplica è motivata dal fatto, forse il più penoso che “di notte sarebeb purroppo esposta la Nazione (ebraica) a mille insulti della plebe insolente che senza il timore di essere scoperta mediante il favore della notte, se ne azzarderebbe, di che potrebbero nascere anche rissa e tumulti.”

Il Governo di reggenza accoglie la supplica della Nazione Ebraica esentandola dalla “Legge sulla Pompa” e stabilisce che “siano liberi di continuare il solito“. Nonostante questa preziosa concessione, ulteriori problemi sorgono con il Regio Editto del 2 gennaio 1777, che impone un intervallo di ventiquattr’ore fra la morte e il seppellimento: i rappresentanti della Nazione Ebraica fanno subito rimostranze sulla base della loro usanza di tumulare i morti nella stessa giornata del decesso.

Estensori di questa seconda richesta sono Isacco Pegna e Cesare Lampronti: per ovviare al pericolo di seppellimenti prematuri in caso di morte apparente, che costituiva la ratio della disposizione normativa, fanno notare che “l’uso della Nazione di lavare e aspergere il corpo del cadavere con acqua calda è uno dei principi prescritti per i casi di asfissia e morte apparente”. Il Governo fa però una controproposta, quella di mettere a disposizione della comunità ebraica una “stanza di deposito” per le 24 ore prescritte, e questa deve essere stata la soluzione definitiva, visto che non vi è risposta alla lettera sull’argomento che la Nazione Ebraica indirizza al Governo ancora il 17 marzo.

Le tribolazioni della comunità ebraica in fatto di esequie non finiscono però qui: nel 1780 sopravviene la necessità di richiedere una scorta armata per i funerali, che viene subito concessa come “tutte le volte che la Nazione Ebraica di Firenze richiederà l’assistenza della truppa civica per le loro funzioni o feste nel ghetto“. Nel 1789, poi, la comunità è costretta a richiedere di nuovo l’esenzione dai funerali notturni: questa volta però non viene concessa, a quanto si desume dalla mancanza di risposta alla supplica e dal fatto che, ancora nel 1834, viene concessa l’esenzione a pagare il pedaggio per passare le porte di notte, dalla Direzione della regia Dogana.

Le ondivaghe vicende della comunità ebraica di Firenze sono testimoniate molto bene anche dalla successione dei siti funerari che essa utilizzava in città, e principalmente dai due ancora esistenti: quello, ancora in funzione, di Caciolle, e quello monumentale, ma non più in uso, di viale Ariosto. Ma l’argomento è sufficientemente vasto da richiedere specifici approndimenti.

Redazione: